Laghi di Revine Lago

     

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Notiziario

Febbraio 2024 - Scarico nel lago: segnalazione

Segnalazione di uno scarico sul Lago di Lago

Foto scattate in data 04.02.2024 ore 14.00  

 

 

   

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By Redazione
Redazione
05 Febbraio 2024
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  • Segnalazioni

I cittadini di Revine Lago in azione contro l'inquinamento da polistirolo

Oggi sabato 3 febbraio, per tutta la mattinata un gruppo di cittadini ha avviato la ripulitura delle sponde del Lago inquinato da polistirolo.
Il polistirolo ha cominciato ad affiorare alcuni giorni fa lungo il bagnasciuga del Lago di Lago in grosse quantità di palline.
Le Amministrazioni comunali di Revine Lago e Tarzo ancora una volta sono risultate assenti nonostante sia loro preciso compito vigilare e tutelare gli habitat.
Presente una pattuglia dei Carabinieri Forestali che ha effettuato un sopraluogo facendo intendere che le indagini sullo scarico abusivo arriveranno alla causa nei prossimi giorni.

La risposta all'invito del Comitato Difesa Laghi è stata una grande dimostrazione di senso civico ed ecologico in difesa di un bene comune da parte di Cittadini attivi e ben consapevoli della gravità delle condizioni ambientali dell'area e dei progetti che li minacciano.
La conservazione e la protezioni degli habitat sono obiettivi di fondamentale importanza per il futuro della Vallata e dei suoi abitanti.
Un intervento della Regione Veneto, data anche la appartenenza dei Laghi alla Zona Unesco è sempre più urgente e necessaria.


Volontari all'opera per la ripulitura dal polistirolo

 

 

 

 

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03 Febbraio 2024
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  • Comunicati

Gennaio 2024- Polistirolo nel lago: segnalazione

Dopo la segnalazione arrivataci da alcuni cittadini di Revine Lago, questa mattina abbiamo chiesto l'intervento dei Carabinieri Forestali per inquinamento del sito, i quali contatteranno l'ufficio tecnico di Tarzo e Revine ed i vigili per la rimozione. 

Purtroppo non è possibile risalire, per ora, all'inquinatore.

Nel caso in cui nessuno intervenisse, diamo appuntamento ai cittadini SABATO MATTINA alle ore 10.00 alla spiaggetta di Lago. ( vicino la pizzeria).

 

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01 Febbraio 2024
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  • Segnalazioni

I Laghi non sono piscine per turisti !

Piscine, passerelle, piattaforme, spiaggette chic ....  Le immagini che pubblichiamo illustrano una proposta ( datata 2022) per la riqualificazione dell'area "ex Cibello" situata nel lago di Santa Maria ( a confine tra Revine Lago e Tarzo), fortunatamente il progetto non è stato avviato  grazie alle norme di tutela dettate dal Piano Ambientale del Parco.

A distanza di un anno, l'amministrazione di Revine Lago con delibera 35 del 04.10.2023, ha approvato alcune modifiche al Piano degli Interventi con conseguente indebolimento delle norme del Piano Ambientale. Questa è la nuova "prostituzione del Territorio".

Ma i laghi sono habitat di molte specie animali e vegetali che sopravvivono grazie ad un equilibrio che l'uomo, troppo spesso, spezza. Gli effetti dell’azione umana sono a volte permanenti, e l’equilibrio turbato non riesce più a essere ripristinato. Affinché l’ecosistema naturale possa ritrovare il suo equilibrio si deve eliminare l’elemento di disturbo: questo vuol dire che noi, esseri umani, dobbiamo modificare la nostra interazione con l’ambiente, ricordandoci di farne parte.

Queste scelte amministrative dimostrano una totale mancanza di conoscenza e di coscienza! Chi sta pianificando la distruzione del Territorio ci denigra definendoci " ecoimbecilli " credendosi più furbi degli altri. 

Basta progetti turistici a scapito della biodiversità

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22 Gennaio 2024
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  • Comunicati
  • Progetto borgo aumentato

Il Consiglio Regionale contro la Protezione Speciale per i Laghi !

Il Consiglio Regionale, come riferito al Comitato da Andrea Zanoni, ha respinto la richiesta di estendere ai Laghi di Revine Lago, il riconoscimento di Zona di Protezione Speciale (ZPS) presentata dai nove consiglieri di minoranza uniti: Zanoni (Pd), Bigon (Pd), Luisetto (Pd), Camani (Pd), Zottis (Pd), Guarda ( Europa Verde), Lorenzoni ( Gruppo Misto), Ostanel ( Il Veneto che vogliamo) e Baldin ( Movimento 5 stelle),  Vedi : 2023.12/Consiglio Regionale del Veneto : richiesta di riconoscimento ZPS dell'area Laghi di Revine

La maggioranza che governa la Regione si è dimostrata sorda ...e muta ( non c'è stato dibattito in aula) verso le istanze di rafforzamento della tutela dei Laghi, che sarebbe facilmente realizzabile con  la adozione della Zona di Protezione Speciale (ZPS), presentate dalle opposizioni e sostenute a livello popolare dal mese di settembre 2023 dal Comitato Difesa Laghi, (NOTA 1)  appoggiato da un vasto schieramento di associazioni e gruppi locali, e successivamente, a dicembre, dalla LIPU di Vittorio Veneto, nel dicembre 2023, con un proprio documento a carattere scientifico. ( NOTA 2)

Il Comitato Difesa Laghi invita Cittadini e Forze sociali e culturali del Territorio a vigilare sui progetti e sugli interventi in corso di preparazione da parte dei gruppi di potere e di sotto potere locale che sicuramente, come abbiamo visto, non vanno nella direzione del rafforzamento della salvaguardia, e che anzi mirano alla riduzione, se non alla abolizione delle norme di tutela, come nel caso del Piano acustico voluto dal Sindaco di Revine.
Il Comitato lancia un appello alla mobilitazione per la difesa e la applicazione delle norme di tutela esistenti e per il loro rafforzamento a vantaggio della biodiversità.
Il patrimonio ambientale dei Laghi è troppo importante per essere abbandonato nelle mani di chi punta a utilizzarlo per interessi economici di corto respiro che porteranno solo profitti privati e costi pubblici danneggiando gli equilibri dell'ecosistema Laghi.

NOTA 1: Nel Settembre 2023 il Gruppo Difesa Laghi aveva espresso la necessità di considerare l'area dei laghi Zona di Protezione Speciale. 
"Da segnalare come come la “Zona Speciale di Conservazione” (ZSC) SIC codice IT 3240014 dei “laghi di Revine/Tarzo” estesa per 119 ettari, una zona umida l vitale per l’avifauna, non sia ancora stata considerata “Zona di Protezione Speciale”( ZPS)  essendo limitrofa all’adiacente “Zona di Protezione Speciale” (SIC codice IT 3240024), quella della “dorsale prealpina che si estende per 11622 ettari tra Valdobbiadene e Serravalle. Un’unica e competente struttura di gestione del Parco Regionale di Interesse Locale dei laghi della vallata avrebbe già inoltrato, opportunamente e scientificamente documentata, la richiesta alla Commissione Europea (tramite la Regione) di considerare l’area dei laghi “Zona di Protezione Speciale” (ZPS) e farla rientrare così, sia nell’ambito della “Direttiva Uccelli”, sia nell’ambito della “Direttiva Habitat” del Sito di interesse Comunitario (SIC codice IT 3240014) dei laghi di Revine/Tarzo."  ( Vedi :Lettera invita alle Istituzioni: No al progetto " Borgo aumentato sul lago")

NOTA 2: Nel dicembre 2023 anche Lipu sostiene la candidatura dei Laghi di Revine a ZPS (Zona di Protezione Speciale), ai sensi della Direttiva “Uccelli” (2009/147/CE).
" In base a quanto noto in letteratura e sulla scorta di indagini faunistiche in corso, effettuate dall'ornitologo Roberto Guglielmi, Delegato LIPU della Sezione di Vittorio Veneto, i laghi di Revine contengono habitat delicati e a rischio - come ad esempio i canneti a Phragmites - i quali ospitano un'avifauna ricca e diversificata, costituita da svariate specie inserite in Allegato I della Direttiva Uccelli (2009/147/CE), tra cui il Tarabuso Botaurus stellaris (svernante nei canneti), il Tarabusino Ixobrychus minutus (migratore transahariano e nidificante nei canneti), la Nitticora Nycticorax nycticorax (migratrice all'interno del bosco igrofilo), la Strolaga mezzana Gavia arctica (migratrice sulla superficie libera dei laghi)."
( Vedi: Lipu/ maggior tutela dei Laghi di Revine, sì a ZPS )

12 gennaio 2024

Comitato Difesa Laghi di Revine

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12 Gennaio 2024
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  • Comunicati

Specie tutelate dalla ZSC Laghi Revine

Le specie tutelate dalla Direttiva Habitat nella zona dei Laghi sono sette:

Spatula querquedula - Marzaiola 

Ardea purpurea - Airone rosso 

Circus pygargus - Albanella minore

Milvus migrans - Nibbio bruno

Nycticorax nycticorax - Nitticora

Rana latastei -Rana di Lataste

Triturus carnifex -Tritone crestato italiano

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By Redazione
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07 Gennaio 2024
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  • Ambiente

2021/ Legge aree protette. Il bilancio di Legambiente

In occasione del 30ennale della legge 394/91, Legambiente traccia un bilancio su questi 30 anni di tutela e buone pratiche nella conservazione di habitat e specie.

Più dell’11% del territorio nazionale sottoposto a tutela. Dieci le storie virtuose: dalle faggete vetuste al camoscio appenninico, dalla fioritura della Piana di Castelluccio ai muretti a secco della Cinque Terre al Parco nazionale del Vesuvio. 

Legambiente: “La 394 è una buona legge. Ha permesso all’Italia di realizzare un sistema diffuso su tutto il territorio nazionale per proteggere la biodiversità e promuovere lo sviluppo sostenibile locale. Ora fondamentale aggiornare la normativa e creare nuove aree protette per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030”.

Oggi flash mob in diverse regioni d’Italia per chiedere l’istituzione di 52 aree naturali protette.

E con la campagna unfakenews l’associazione ambientalista smonta alcune bufali ambientali sulle aree protette.

Trent’anni fa nasceva la legge 394/91 sulle aree protette. Una normativa che in questi 30 anni ha fatto nel complesso bene al Paese in termini di crescita di aree protette, tutela e conservazione della biodiversità e habitat, riscoperta dei territori, contribuendo a dare una spinta importante all’economia locale, alla promozione dello sviluppo sostenibile e alla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore turistico e nell’economia green. A parlar chiaro è la fotografia scattata da Legambiente nel report dedicato alle legge 394 in cui fa un bilancio, con numeri alla mano, di questi 30anni indicando anche criticità e sfide future da affrontare.

 

Più dell’11% del territorio nazionale è oggi sottoposto a tutela: la legge 394/1991 ha garantito nella Penisola la crescita della aree protette che sono passate dal 3% all’11%.  Si tratta di uno dei sistemi nazionali di tutela della natura più consistente dell’Unione Europea, dove la media dei territori protetti è del 5%. La normativa ha, inoltre, permesso la nascita dell’Ente parco come un nuovo soggetto istituzionale autonomo – oggi sono quasi 200 –; ha consentito di riscoprire territori di pregio fino ad allora marginali che hanno ritrovato interesse e ricevuto risorse pubbliche per invertire le dinamiche di sviluppo. Ad esempio l’istituzione dei Parchi nazionali ha fatto emergere nuove geografie territoriali sconosciute (es. il Cilento o i Monti Sibillini), fatto emergere realtà fino al 1990 conosciute per fatti negativi (es. Aspromonte per i sequestri, l’Asinara per il carcere), invertito la tendenza al degrado e abbandono del territorio (es. Cinque Terre, Vesuvio). E poi ci sono i grandi successi raggiunti nella conservazione di habitat e specie e le storie di valorizzazione del territorio. Dieci le storie virtuose raccontate da Legambiente: si va, ad esempio, dalle faggete vetuste italiane – inserite nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO riconoscendo 13 siti italiani tra i beni seriali transazionali (diffusi in più paesi e nel caso delle faggete sono 18 i paesi) non solo per l’eccezionale valore universale delle faggete ma anche l’efficacia delle azioni di conservazione effettuate dalle aree protette interessate dal riconoscimento – alla tutela del camoscio appenninico salvato dall’estinzione – agli inizi del ‘900 erano 40 esemplari, oggi se ne contano circa 3.000 –  passando alla fioritura della Piana di Castelluccio tutelata dal Parco nazionale dei Monti Sibillini – grazie all’insistenza del Parco si è riusciti a prevenire e regolamentare, questa estate, i flussi turistici nella Piana. E poi i progetti di conservazione dei muretti a secco delle Cinque Terre, il Parco nazionale più piccolo d’Italia, che fanno bene al clima, al turismo e alla viticoltura di qualità per arrivare alla storia del Parco Nazionale del Vesuvio, che ha sede nel Palazzo Mediceo di Ottaviano, per anni dimora del boss della camorra Raffaele Cutolo e poi bene confiscato dallo Stato. Il Parco è presidio di un territorio per troppi anni violato dall’abusivismo edilizio e dalla criminalità organizzata.

Un bilancio quello di questo 30ennale della legge 394/91 nel complesso positivo, ma per Legambiente non bisogna dimenticare alcune criticità come il mancato aggiornamento in questi anni della normativa, la cui riforma è stata interrotta nel 2018. Assenza di modelli partecipativi, scarse risorse tecnico-scientifiche, disomogeneità di fondi e organici tra i parchi nazionali e le altre aree protette sono i punti dolenti di una normativa che deve essere al più presto rivista. E poi c’è l’urgenza di creare nuove aree protette per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030 come chiesto dall’Europa. Per questo oggi l’associazione ambientalista ha organizzato una serie di flash mob territoriali, dalla Lombardia alla Sicilia, per chiedere l’istituzione di 52 aree naturali protette, di cui 26 nuove nella Penisola e altre 26, tra Parchi nazionali e Aree marine protette, in fase istitutiva da tempo di cui si sollecita una rapida conclusione dell’iter.

“Se oggi l’Italia è leader in Europa nell’impegno per la tutela della biodiversità, la presenza e diffusione di specie e habitat di interesse comunitario sul territorio e per la qualità delle aree e dei paesaggi protetti – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazione di Legambiente – il merito è certamente della legge 394/91 che ha saputo “regolare” le esigenze di conservazione della natura con quelle di crescita sostenibile di un complesso sistema di ambiti territoriali protetti. Trent’anni fa noi di Legambiente avevamo visto giusto nel chiedere con forza la creazione di un sistema di aree protette nel Paese e di scommettere sui parchi per tutelare e creare sviluppo, per alimentare quella rete di piccola imprenditoria fatta di produttori agricoli e artigianali di qualità, guide ed educatori ambientali, operatori del turismo slow e quanti altri hanno presidiato anche in questi anni complicati, territori tanto straordinari quanto difficili e marginali. Ora è importante continuare a percorrere questa strada che si è intrapresa, ricordando che la transizione ecologica passa anche da qui. Per questo sarà fondamentale coinvolgere i territori, a partire dalle aree interne, e le comunità locali. Non dimentichiamo che la rete dei parchi ha garantito la tenuta fisica di tanta parte del nostro territorio, nella lotta alle frane e al dissesto idrogeologico, ma anche la tenuta sociale, quel livello cioè di coesione fatto di piccole comunità che continuano ad abitare e a rendere produttivi i luoghi più belli del nostro Paese.”

Numeri aree protette: La superficie protetta in Italia è il doppio della media europea e conserviamo la gran parte del patrimonio di biodiversità (1/3 della fauna e il 50% delle specie floristiche del continente europeo, in territori che non sono wilderness ma contengono oltre 800 mila imprese che operano nei settori dell’agricoltura, pesca, zootecnia, foreste e turismo (bioeconomia). La nostra Penisola in totale conta 871 tra parchi e riserve (nazionali, regionali e locali) e aree marine con oltre 5milioni di ettari di territorio protetto a terra e a mare, e copre una percentuale dell’11% del territorio nazionale, coinvolge tutte le regioni e 2.500 comuni (la gran parte piccoli o piccolissimi) con una popolazione complessiva di 10 milioni di cittadini residenti.

Aggiornamento della legge 394/91: La modifica e l’aggiornamento della legge 394/91 è una necessità evidenziata da più parti, dalla fine degli anni ’90, e un obiettivo che negli anni si è provato a raggiungere ma senza risultati positivi: la discussione sulla riforma organica della legge è iniziata nel 2009 ma è fallita nel 2018, nel mentre per l’associazione ambientalista ci sono stati parziali aggiustamenti fatti autonomamente del Governo e del Parlamento, con modifiche non sempre coerenti e senza nessun coinvolgimento o dibattito nella società, in particolare la governance, che ha visto la riduzione da 12 a 8 i componenti del consiglio direttivo, e la modifica della procedura di nomina del presidente e del direttore, ma senza toccare i nodi veri utili a sanare alcune mancanze della legge dovute al tempo che passa.

Per Legambiente è fondamentale aggiornare la normativa che risente del tempo e delle nuove competenze che si vogliono affidare ai parchi (le funzioni che avevano le province nelle politiche di area vasta, la gestione dei siti natura 2000, la sorveglianza dopo l’accorpamento del Corpo Forestale dello Stati nell’Arma dei Carabinieri ad esempio), per poter gestire al meglio i successi nel campo della conservazione della biodiversità (si salvano dall’estinzione i camosci ma cresce anche la presenza di cinghiali e di altre specie invasive), per promuovere l’agricoltura biologica e frenare il consumo di suolo e produrre beni e prodotti agricoli riducendo le emissioni in atmosfera e il consumo di risorse naturali. Un capitolo particolare dovrà essere dedicato alle aree marine protette, colmando un gap d’attenzione già presente nella formulazione originaria della legge quadro. Non dimentichiamo che l’Italia oggi dispone della più importante e più estesa rete di aree marine protette del Mediterraneo, con una varietà di ambienti e di eccellenze che spazia dal parco archeologico sommerso di Baia e Gaiola alle ultime dune dell’Adriatico, dai graniti paleozoici e le praterie di Posidonia di Tavolara al coralligeno di Porto Cesareo. Infine in questo processo di aggiornamento della normativa sarà fondamentale garantire una partecipazione e un dibattito pubblico attraverso la terza Conferenza nazionale delle aree protette che chiediamo da anni di realizzare.

“La riforma della legge – spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – deve ripartire da qui: riconnettere le comunità locali con la natura, la bellezza e la biodiversità, sentendosi allo stesso tempo protagoniste dell’enorme sforzo nazionale e globale che l’Italia e l’intera umanità devono compiere per impedire l’estinzione di massa della biodiversità e il riscaldamento del pianeta, per salvare la casa comune della quale le aree protette sono le fondamenta sempre più indispensabili. Altra sfida importante riguarda l’istituzione di nuove aree protette, come ci chiede da tempo la scienza e l’Europa, per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030. Più biodiversità contro la crisi climatica è un obiettivo raggiungibile e alla portata del nostro Paese, a condizione che si vada oltre le enunciazioni di principio e si proceda in maniera concreta e con la convinzione necessaria. Per questo oggi Legambiente in molte regioni d’Italia ha organizzato una serie di flash mob territoriali proprio per chiedere ciò. Inoltre l’11 dicembre, saremo a Scerni, in provincia di Chieti, con il Forum Appennini per parlare del ruolo strategico che la dorsale appenninica riveste e della road map da mettere in campo da qui ai prossimi anni”.

Unfakenews: Infine in occasione del 30ennale della legge 394, Legambiente con la sua campagna Unfakenews realizzata insieme a Nuova Ecologia, smonta tre bufali ambientali ricordando che: 1) Non è vero che i parchi nazionali impediscono lo sviluppo economico. Nei 24 Parchi nazionali italiani, che interessano circa 1,5 milioni di ettari, pari al 5,1% del territorio nazionale, sono presenti 328mila imprese, di cui il 13,1% sono imprese giovani (under 35) e il 26,8% imprese femminili. Queste realtà sono una parte importante delle imprese della green economy, che impiegano oltre 3 milioni di lavoratori e generano un valore aggiunto di oltre 100 miliardi di euro, pari al 10,6% dell’intera economia del nostro Paese. 2) Non è vero che nessuno vuole i Parchi nel proprio territorio. I comuni dei soli Parchi nazionali sono 550, per una popolazione di 706.058 abitanti. Di questi nessuno preme per uscirne, mentre ci sono Parchi che hanno allargato i loro confini. 3) Se nasce un Parco non si potrà più fare agricoltura. Falso. 752.400 ettari di territorio dei Parchi nazionali (il 50,9% del totale nazionale) è interessato da attività agricole con 55.000 occupati diretti e una diffusione di imprese agricole del 21,4% (a livello nazionale è il 13%). L’agricoltura dei Parchi è un modello di efficacia e competitività per i piccoli produttori che hanno saputo rispondere alla nuova richiesta dei consumatori, i quali sempre di più preferiscono produzioni biologiche e a basso impatto.

Pdf Report Legambiente

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By Legambiente Italia
Legambiente Italia
06 Gennaio 2024
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  • Rapporti ufficiali
  • Documentazione

Rispettare i parchi naturali e le riserve integrali

Ad alcuni potrà sembrare un discorso spiacevole, in anni di escursionismo ho sentito pareri discordanti ma in questi ultimi tempi mi sto convincendo della necessità di rispettare le "seppur rigide" norme dei parchi.

Nelle aree parco, spesso ci sembra di percepire che siano più le limitazioni che non i benefici.
Sui classici cartelli informativi, che possiamo trovare ai limiti del parco o nelle pro-loco è facile vedere elenchi come segue:

  • divieto accendere fuochi;
  • divieto di campeggio;
  • divieto di introduzioni di cani;
  • divieto di asportazione di specie vegetali;
  • divieto di asportazione di minerali;
  • divieto di asportazione della legna dal sottobosco;
  • divieto di asportazione e uccisione di insetti:
  • divieto di schiamazzi e apparecchi musicali;
  • divieto di lasciare rifiuti;
  • divieto di uscire dalla rete dei sentieri prestabiliti...

Come cittadini, di fronte a tutte queste limitazioni, ci sembra di vivere una vera e propria vessazione indiscriminata. Ci si chiede di fronte a tali divieti quale possa essere il vantaggio per la comunità. Viene spesso contestato che, se non è possibile visitare alcune aree del parco (ovvero se l'uomo stesso non può farne uso), per quale ragione dovremmo proteggerle e rispettale?
Dobbiamo ricordare che l'esistenza delle aree parco è frutto di una lunga storia, spesso fatta del continuo e depredante sfruttamento del territorio da parte dell'uomo.
Un primo sforzo, per comprendere realmente il senso dell'esistenza delle aree parco, deve partire dalla necessità di togliere l'uomo dalla sua tolemaica centralità per riportarlo all'interno del sistema dei meccanismi ecologici nel quale non può fare a meno di vivere.

A prescindere dall'impianto filosofico, politico e sociale che può giustificare l'esistenza dei parchi è facile convincersi dell'importanza di rispettare i parchi prendendo in considerazione essenzialmente i motivi pratici che sono alla base della loro creazione:

1) Difendere la natura per difendere l'ecosistema dal quale dipendiamo;
2) Conservazione dei biotipi legati al territorio;
3) Mantenimento della varietà e diversificazione genetica intraspecifica dei viventi:

   a) Protezione degli animali dal bracconaggio (quadrupedi, volatili o striscianti che siano...);
   b) Protezione delle specie botaniche protette, rare o via d'estinzione.

4) Protezione delle specie animali più schive e creazione di un ambiente poco antropizzato nel quale consentire di mantenere il carattere “selvatico” della specie;
5) Controllo dell'erosione dei terreni;
6) Protezione dell'integrità dei corsi corsi d'acqua e dei bacini idrografici:

   a) Protezione della qualità, della naturalezza e pulizia delle acque superficiali.
   b) Preservare le falde acquifere (posizione e qualità dell'acqua).

7) Conservazione del valore paesaggistico e panoramico delle aree naturali;
8) Sostenibilità dello sviluppo (lascio alle generazioni future il mondo così come l'ho trovato).

Non si può assumere che l'escursionista sia inoffensivo per l'ambiente naturale dei parchi, non si può neppure assumere che il danno di pochi escursionisti sia poca cosa rispetto ad altri danni provocati dall'uomo.

Dobbiamo presumere, come lo ha dimostrato concretamente il passato, che la civiltà tende a svilupparsi creando dei sottoprodotti di scarto potenzialmente distruttivi per la natura. Autorizzare l'apertura di un sentiero significa dare alle acque di scolo una via preferenziale di fuga che spesso può provocare sia danni ad intere porzioni di crinale montuoso, sia lasciare segni paesaggistici  non proprio piacevoli.

Per questi motivi sento di poter difendere, in qualche misura la wilderness dei parchi che a ben pensarci rimane sempre e comunque assai scarsa...

Scritto da Giorgio Carrozzini

Foto: area Rete Natura 2000 / Laghi di Revine
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By Redazione
Redazione
05 Gennaio 2024
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  • Attualità

L'antropologa Borgna e L'AltraMontagna: "Panchine anche giganti e targhe somigliano a insegne lampeggianti. Bisogna trovare alternative alla religione monoturistica"

L'intervista a Irene Borgna, componente del comitato scientifico: "I montanari che sono andati a studiare o a lavorare altrove e poi hanno deciso di tornare rivelano prospettive e visioni interessanti".

"Una panchina (di ogni dimensione), una targa commemorativa, un oggetto artistico (anche biodegradabile) in un contesto naturale somigliano a invadenti insegne lampeggianti". Queste le parole di Irene Borgna. L'antropologa è tra i componenti del comitato scientifico de L'AltraMontagna. "Sono fastidiose e patetiche nel rivendicare l’attenzione quando lo sguardo ha solo sete di spazio libero, chiede di poter posarsi su altro che non sia un manufatto umano, troppo umano".

Si avvicina la partenza ufficiale de L'AltraMontagna (qui per mettere la pagina Facebook e qui per Instagram), un nuovo prodotto interamente dedicato al mondo della montagna con collaboratori sparsi in tutta Italia e un comitato scientifico alle spalle. Un gruppo di personalità legate alla montagna e alla ricerca, alle scienze umane e all'impegno civile che aiuterà i curatori di questa sezione a sviluppare un'informazione sempre documentata e attenta con un approccio ovviamente sensibile alle tematiche ambientali ma con uno sguardo mai ideologico e ben agganciato alla scienza e ai dati (Qui articolo).

Dopo Marco Albino Ferrari (Qui articolo) e Mauro Varotto (Qui articolo), l'intervista a Irene Borgna, autrice del libro "Cieli neri", premio "Mario Rigoni Stern" nel 2021, per una riflessione dal punto di vista antropologico della relazione uomo, natura, ambiente e montagna. "I montanari che sono andati a studiare o a lavorare altrove e poi hanno deciso di tornare rivelano prospettive e visioni interessanti. È soprattutto a questi interlocutori che merita tendere l’orecchio per individuare alternative rispetto alla religione monoturistica, che vede nel turismo al chilo l’unica prospettiva dei luoghi montani".

Laureata in filosofia e un dottorato di ricerca in antropologia alpina con Marco Aime, guida alpina e divulgatrice Borgna ha fatto della montagna la sua passione e il suo mestiere. L'antropologa nel 2020 ha pubblicato il libro per ragazzi "Sulle Alpi" (Editoriale scienza 2020) e nel 2018 ha raccontato la vita di un montanaro ne "Il pastore di stambecchi" (Ponte alle grazie). E' co-autrice dell'eBook "Montagna femminile plurale" (2014, Zandegù edizioni) e nel 2010 ha scritto il saggio filosofico "Profondo verde" (Mimesis edizioni).

Lasciare una traccia, un segno permanente del nostro passaggio, è un’attitudine profondamente umana. E così anche i territori montani si fanno scrigno di una pluralità di simboli che vanno da quelli di estrazione religiosa (croci di vetta, bandierine tibetane, …), a quelli di carattere turistico (panchinoni, ponti tibetani, voli d’angelo...Sì, perché anche una panchina gigante esprime il desiderio di un’amministrazione di firmare il territorio, di realizzare una struttura che possa rimanere presente anche alla fine del proprio mandato). La montagna contemporanea si fa tuttavia riflesso di una moltitudine di sensibilità. Questa pluralità non potrebbe essere soddisfatta da un’assenza di simboli; dalla rinuncia a installarne di nuovi per consentire a tutte e a tutti una libera interpretazione del territorio?

Sì, sì, sì e ancora una volta sì. È ora di fermarci all’esistente e di smettere di trattare la montagna come se fosse il nostro giardino privato, dove disporre nani di gesso, putti e colonne corinzie a nostro discutibile talento. L’attuale escalation di “tracce permanenti” individuali, collettive o istituzionali inflitte al paesaggio montano è un disastro. È un diritto delle attuali e future generazioni (visto che la crisi ambientale gliene negherà ben altri, purtroppo) quello di poter godere di scorci di paesaggio dove i segni umani sono, se non assenti, almeno funzionali, discreti e integrati nel paesaggio come una mulattiera o un muro a secco.

Una panchina (di ogni dimensione), una targa commemorativa, un oggetto artistico (anche biodegradabile) in un contesto naturale somigliano piuttosto a invadenti insegne lampeggianti, fastidiose e patetiche nel rivendicare l’attenzione quando lo sguardo ha solo sete di spazio libero, chiede di poter posarsi su altro che non sia un manufatto umano, troppo umano. Sulle vette si lasciano un pensiero e un piccolo segno d’inchiostro sul libro di vetta: un rito che ci ricorda che non siamo i primi a passare e che dopo di noi verranno altri simili, altri fratelli che devono poter godere di carta bianca per lo spirito e per la fantasia.

L’antropologia invita a uno slancio di empatia. Per costruire una narrazione più vicina alle necessità di chi abita i territori montani, e non solo a quelle dei turisti; per raccontare un’AltraMontagna, secondo te quanto è importante guardare Alpi e Appennini anche con gli occhi di chi vi risiede?

Questa è difficile. È difficile perché abitando in montagna e studiandola un pochetto, mi sono resa conto che ormai non c’è grande differenza nello sguardo dei discendenti della generazione dei “vinti” di Nuto Revelli rispetto allo sguardo di chi vive in città. Stessa logica di sfruttamento, dove valorizzare il territorio vuol dire farlo rendere: in fondo lo scempio di quelle valli (come quella in cui vivo) inondate dal cemento delle seconde case è stato possibile perché i montanari hanno fatto a gara a vendersi campi e pascoli.

La montagna è asservita ai turisti perché i locali vogliono che questi accorrano numerosi a riempire le casse del settore, anche se la capacità di carico del territorio è superata, persino se i turisti hanno richieste che stravolgono lo spirito dei luoghi e il loro paesaggio.

Però c’è un però grande come una montagna. Esistono sguardi differenti sulle terre alte. Chi svolge mestieri legati alla terra – all’agricoltura, all’allevamento, alla selvicoltura - ha uno sguardo altro, i forestieri che hanno scelto la montagna spesso portano uno sguardo originale, i montanari che sono andati a studiare o a lavorare altrove e poi hanno deciso di tornare rivelano prospettive e visioni interessanti. È soprattutto a questi interlocutori che merita tendere l’orecchio per individuare alternative rispetto alla religione monoturistica, che vede nel turismo al chilo l’unica prospettiva dei luoghi montani.

Fonte: www.ildolomiti.it

Di Pietro Lacasella

 

 

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05 Gennaio 2024
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  • Attualità

Questa vita vale un botto? Mi auguro un'esplosione di buon senso

Questo è quello che mi chiedo ogni volta che mi sveglio il primo gennaio di ogni anno e apro gli occhi su un cellulare carico di auguri e uccelli morti.
 
Sì, perché come chiunque quel giorno ricevo i classici messaggi di auguri per un felice nuovo anno e da #ornitologo attivo sui social ricevo le foto degli uccelli trovati morti nei giardini, per strada, sotto alle finestre, accanto alle vetrate. Foto inviate affinché io possa dare un nome all’ennesima vittima della festa: merli, pettirossi, passeri, tortore, codirossi spazzacamini ecc. sono le specie più frequenti.
L’impatto che l’esplosione dei botti ha sugli #uccelli selvatici che abitano le città è impressionante. Basti pensare che lo studio effettuato nel 2017, "Effects of fireworks on birds: A review", pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology, stima che circa 100.000 uccelli muoiono ogni anno a causa dei fuochi d’artificio in Svizzera. Questa stima si basa su studi che hanno utilizzato diverse tecniche, tra cui l’osservazione diretta, il ritrovamento di carcasse e l’analisi dei dati di radar.
In precedenza, nel 2002 è stato pubblicato su Journal of Ornithology uno studio dal titolo "Acute effects of fireworks on birds: A review". In questo studio si dimostra che i fuochi d’artificio possono causare una serie di effetti negativi sugli uccelli, tra cui aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, rilascio di ormoni dello stress e disorientamento. In questo studio i ricercatori hanno stimato che circa 200.000 #uccelli muoiono ogni anno a causa dei fuochi d’artificio in Germania.
In Italia non esistono dati ufficiali sulla stima del numero di uccelli vittima del Capodanno, ma sappiamo che l’avifauna per motivi di svernamento si concentra in questo periodo proprio nei paesi mediterranei come il nostro, e alcune specie raggiungono le densità maggiori proprio negli ambienti urbani, per cui il numero di vittime potenziali qui da noi è immenso. Anche la potenza di fuoco messa in campo nelle nostre sovraffollate città è superiore di quella svizzera o tedesca, soprattutto se rapportata alla superficie.
Ovviamente gli uccelli non sono le sole vittime, anche molti altri animali selvatici e domestici patiscono questo modo di festeggiare. Numerosissimi sono i cani e i gatti che fuggono impauriti e non vengono più ritrovati dalle loro famiglie.
Per non parlare dell’inquinamento atmosferico: i fuochi d’artificio rilasciano in atmosfera ossido di azoto e di zolfo, monossido di carbonio e metalli pesanti. Nel 2022 l’ARPA Lombardia ha condotto uno studio sull’impatto dei fuochi d’artificio sull’inquinamento atmosferico. I risultati riportano che il 6% delle emissioni totali di PM10 in Lombardia è prodotto dai fuochi d’artificio esplosi a Capodanno.
Mi chiedo quale sia il senso di aver inserito la #biodiversità nella nostra #Costituzione se poi non riusciamo neanche a rinunciare ad un #petardo per la sua salvaguardia.
Mi auguro per questo 2024 un’esplosione di buon senso.
 

Rosario Balestrieri (Membro del Dipartimento di Comunicazione della Stazione Zoologica Anton Dohrn dove si occupa di divulgazione soprattutto attraverso stampa e social e di Citizen Science)

 
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29 Dicembre 2023
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Le aree protette riducono di 5 volte la perdita di biodiversità tra i vertebrati

Uno studio americano ha analizzato l’andamento delle popolazioni di vertebrati misurando l’efficacia delle politiche di tutela territoriale.

La protezione di ampie porzioni di territorio può contribuire ad arginare la perdita di biodiversità, con risultati ragguardevoli per i vertebrati come anfibi, rettili, mammiferi e uccelli. Lo segnala uno studio condotto dallo Smithsonian Environmental Research Center (SERC) e da Conservation International.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ricorda come l’attività umana abbia accelerato il tasso di estinzione naturale dei vertebrati di 22 volte. Un fenomeno capace di destabilizzare le reti alimentari mettendo a rischio servizi fondamentali come l’impollinazione, la disponibilità di una dieta sana e il controllo delle malattie.

Nelle aree non protette la popolazione di vertebrati si dimezza in 40 anni

I ricercatori, guidati da Justin Nowakowski, biologo del SERC e autore principale dello studio, i hanno esaminato l’andamento nel tempo di 2.239 popolazioni, sia all’interno che all’esterno delle aree protette in tutti i continenti del Pianeta con l’eccezione dell’Antartide.

In media, i vertebrati sono diminuiti dello 0,4% all’anno all’interno delle aree protette, quasi cinque volte più lentamente degli esemplari che abitavano al di fuori di esse (1,8% all’anno).

A questi ritmi, rilevano i ricercatori, le popolazioni al di fuori delle zone di tutela potrebbero vedere il loro numero dimezzato in soli 40 anni. Per andare incontro allo stesso destino, proseguono gli autori, le aree protette impiegherebbero invece circa 170 anni.

Le crisi gemelle

Secondo Luke Frishkoff, coautore e assistente alla cattedra di biologia dell’Università del Texas ad Arlington, citato in una nota diffusa dal SERC, le politiche di protezione dei territori ci consentono di “guadagnare il tempo necessario per capire come invertire la crisi della biodiversità”. Il problema è al centro dell’attenzione da anni. Anche per via delle sue ricadute economiche.

Alcuni osservatori, infatti, hanno iniziato a definire il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità come “le crisi gemelle che affliggono il sistema finanziario”.

Una recente indagine commissionata dal governo britannico e nota come “The Dasgupta review“, in particolare, ha sottolineato come “il nostro sistema economico sia dipendente dalla biodiversità”. Da tempo, nota ancora l’indagine, i governi hanno riconosciuto come la duplice emergenza legata a clima e varietà delle specie, rappresenti “una minaccia esistenziale per la natura, le persone, la prosperità e la sicurezza”. Politiche di tutela e scelte di investimento in linea con le medesime, di conseguenza, diventano decisive per scongiurare i danni ambientali e le perdite finanziarie.

Il cambiamento climatico sta aggravando il problema

Secondo gli autori alcune classi di vertebrati avrebbero beneficiato maggiormente degli effetti della protezione. Anfibi e uccelli, che in circostanze normali sono chiamati ad affrontare le minacce più grandi all’esterno, avrebbero ottenuto i maggiori vantaggi dalla limitazione dell’impatto umano.

Tuttavia, alcuni fenomeni come la conversione agricola dei terreni vicini avrebbero determinato una diminuzione dei benefici e il cambiamento climatico starebbe aggravando il problema.

Infine un avvertimento: per funzionare bene le aree protette necessitano di un governo stabile ed efficace. “Le nazioni con governi efficienti spesso vedono una migliore applicazione delle leggi ambientali”, sottolinea la nota. “I governi immuni alla corruzione sperimentano più difficilmente l’appropriazione indebita di fondi per la conservazione. E hanno quindi più probabilità di ottenere risorse a livello internazionale”.

Fonte: resoilfoundation.org di Matteo Cavallito

 

 

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22 Dicembre 2023
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