Ripristinare gli ecosistemi in vetta preserva le pianure e i servizi ecosistemici.
Con l'approvazione della Nature Restoration Law torna la speranza: l'obbiettivo della legge è quello di ripristinare il 20 per cento delle aree terrestri e marine dell'Unione Europea entro il 2030 e tutti gli ecosistemi in un pessimo stato di conservazione entro il 2050. Tra questi vi sono anche gli ambienti propri degli ecosistemi montani, spesso dimenticati ma che forniscono importanti servizi ecosistemici in tutto il mondo.

La Nature Restoration Law è stata approvata dal Parlamento Europeo mercoledì 27 febbraio tra gli applausi di chi ci ha creduto davvero fino all’ultimo (abbiamo approfondito la notizia in questo articolo). Questa legge sancisce un impegno condiviso a livello europeo nel procedere verso azioni concrete finalizzate al ripristino degli ecosistemi naturali, che porterà importanti benefici anche al settore agricolo e alla salute delle persone. In Europa, infatti, l’attuale percentuale di habitat in cattive condizioni supera l’80%, e tra questi vi sono anche quelli montani.
Le montagne ricoprono quasi un quarto delle terre emerse e ospitano una straordinaria varietà di ecosistemi che supportano la nostra vita fornendo diversi benefici, definiti servizi ecosistemici, a più di 1.1 miliardi di persone in tutto il mondo. Basti pensare che metà dell’umanità ha accesso a fonti di acqua potabile grazie alle montagne (nasce da qui il soprannome di water towers, tradotto letteralmente “torri d’acqua”, a esse attribuito). Gli ecosistemi montani sono in grado di ridurre il rischio di erosione del suolo, favorire l’approvvigionamento idrico, provvedere allo stoccaggio del carbonio e abbassare le temperature nelle aree circostanti. Foreste, torbiere e praterie alpine sono inoltre contesti fondamentali per la biodiversità, caratterizzati da una ricca varietà di specie, spesso altamente specializzate per la vita d’alta quota. Al fine di fermare, prevenire e invertire l’attuale stato di degradazione degli ecosistemi montani, e per promuovere dei progetti di ripristino così da rispettare gli obbiettivi stabiliti dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, i partner di United Nations Decade on Ecosystem Restoration hanno sviluppato dieci principi cardine da seguire per attuare progetti di ripristino ambientale in tutto il mondo. Tuttavia, la strada per la riqualificazione degli ecosistemi montani non è priva di dislivelli.
Le torbiere, assieme a laghi, paludi e acquitrini, costituiscono le cosiddette zone umide, le quali nel ventesimo secolo hanno subito un drammatico declino globale stimato tra il 64 e il 71 per cento. Purtroppo, il ruolo e l’importanza di queste aree viene spesso marginalizzato, eppure le torbiere ospitano una ricca biodiversità e forniscono importanti servizi ecosistemici quali la depurazione dell’acqua, la riduzione del rischio di inondazioni e lo stoccaggio del carbonio (hanno una capacità di trattenere il carbonio di gran lunga superiore alle foreste). Questi ecosistemi sono estremamente fragili e sono stati ridotti dalla deforestazione, danneggiati dalla siccità, e degradati dal pascolo e dall’eccessivo interramento. Lo sfruttamento eccessivo delle zone adibite al pascolo è infatti comune in diverse zone montane, e ha un effetto sulla riduzione della biodiversità e scomparsa di alcune specie vegetali, erosione del suolo e perdita di vantaggi socioeconomici ed ecologici. Queste trasformazioni a livello ecologico hanno un impatto profondo e duraturo sulla produttività dell’agricoltura di montagna (in negativo), sulla capacità dell’ambiente di resistere agli eventi climatici estremi e sull’estetica del paesaggio.
La deforestazione e lo sfruttamento insostenibile delle foreste sono le principali cause di minaccia per questi habitat in tutto il mondo. Si parla di deforestazione quando le foreste vengono rimpiazzate da campi agricoli, centri urbani o strade, mentre con degradazione delle foreste si intende la riduzione o totale perdita della capacità di fornire importanti servizi ecosistemici, sia alla natura che alle persone. In Europa si stima che più di 3.7 milioni di ettari di foreste siano state danneggiate dalle attività umane, dal pascolo intensivo, da insetti come il bostrico e incendi dolosi. Parlando di degrado degli ambenti montani è impossibile non citare le infrastrutture abbandonate, quali alberghi, strade, impianti sciistici e infrastrutture olimpiche (qui potete trovare diverse foto da tutto il mondo delle decadenti strutture costruite per diverse Olimpiadi).

Grammenos Mastrojeni - segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo - alla COP28 di Dubai ricordava in un’intervista l’estrema importanza degli ecosistemi di montagna, tra i più minacciati dalla crisi climatica, che mette a rischio anche molte delle funzioni (non sostituibili!) che essi svolgono, come la regolazione di un ordinato flusso d’acqua anche durante la stagione secca attraverso i ghiacciai. Non è possibile separare il fondovalle dalle cime delle montagne, ed è quindi fondamentale ripristinare anche gli ambienti degradati che portano o si trovano alla base delle montagne, come i fiumi e i torrenti, per favorire la connettività ecologica e migliorare anche tutti quei servizi ecosistemici ad essi collegati come la riduzione del rischio di alluvioni.

Il ripristino di tutti gli elementi naturali che costituiscono le aree montane deve essere inserito con urgenza all’interno dei piani di ripristino nazionale degli Stati Membri dell’Unione Europea, soprattutto in un’ottica socio-ecologica che guarda verso il futuro. Ripristinare gli ambienti di torbiera è imprescindibile per mitigare gli impatti della crisi climatica e il miglioramento dei servizi ecosistemici ad essi collegati. Si dovrebbe ripensare anche all’attuale modalità di gestione del pascolo e delle foreste in diverse aree, così da non compromettere questi preziosi habitat e migliorare la loro capacità nel contrastare gli effetti dei disastri ambientali, e ripristinare un accettabile livello di funzionalità ecologica dove questi ambienti sono stati degradati da un utilizzo insostenibile. Riportare gli ecosistemi alla loro naturale ‘funzionalità’ è anche premiante da un punto di vista economico: i benefici sul lungo termine superano enormemente i costi (spesso relativamente modesti) necessari per le azioni di restoration.
Il ripristino degli ambienti degradati non può in alcun modo compensare o sostituire la conservazione dei valori ecologici ancora presenti. Il principio base da seguire rimane quindi quello della tutela delle zone naturali non ancora degradate o distrutte, ed è quindi necessario aumentare l’attuale superficie sottoposta a forme di tutela in grado di evitare nuovi impatti. Questo concetto, così terribilmente banale nella sua semplicità, purtroppo non sembra essere chiaro a tutti, e ci si ostina a voler costruire infrastrutture che sappiamo già essere destinate all’abbandono, laddove si poteva scegliere di riutilizzare vecchie strutture, anziché optare per l’abbattimento di un lariceto.
Fonte: www.ildolomiti.it
10.03.2024
Una nuova analisi mostra che il ciclo globale dell’acqua dolce si è spostato ben oltre le condizioni preindustriali.
Il nuovo studio “Notable shifts beyond pre-industrial streamflow and soil moisture conditions transgress the planetary boundary for freshwater change” pubblicato su Nature Water da un team internazionale di ricercatori guidato da Miina Porkka e Vili Virkki dell’Aalto Yliopisto, analizza le risorse di acqua dolce in tutto il mondo e dimostra che l’attività antropica ha portato la variazione nel ciclo dell’acqua dolce del pianeta ben al di fuori del suo equilibrio preindustriale.
All’università finlandese di Aalto evidenziano che «Lo studio mostra che il limite planetario aggiornato per il cambiamento dell’acqua dolce è stato superato entro la metà del XX secolo. In altre parole, nell’ultimo secolo, gli esseri umani hanno spinto il sistema di acqua dolce della Terra ben oltre le condizioni stabili prevalenti prima dell’industrializzazione».
Si tratta della prima volta che il cambiamento globale del ciclo dell’acqua viene valutato su un arco di tempo così lungo con un riferimento appropriato e i risultati dimostrano che «Le pressioni umane, come la costruzione di dighe, l’irrigazione su larga scala e il riscaldamento globale, hanno alterato le risorse di acqua dolce a tal punto che la loro capacità di regolare processi ecologici e climatici vitali è a rischio».
Utilizzando dati provenienti da modelli idrologici che combinano tutti i principali impatti umani sul ciclo dell’acqua dolce, Il team di ricerca internazionale ha calcolato il flusso mensile dell’acqua e l’umidità del suolo con una risoluzione spaziale di circa 50×50 chilometri. Come riferimento, gli scienziati hanno determinato le condizioni durante il periodo preindustriale (1661-1860) e poi le hanno confrontate con quelle del periodo industriale (1861-2005), rivelando «Un aumento nella frequenza di condizioni eccezionalmente secche o umide – deviazioni nella portata idrica e e nell’umidità del suolo. Dall’inizio del XX secolo si sono verificate costantemente deviazioni secche e umide su aree sostanzialmente più grandi rispetto al periodo preindustriale. Nel complesso, la superficie terrestre globale che ha subito deviazioni è quasi raddoppiata rispetto alle condizioni preindustriali».
Virkki evidenzia che «Abbiamo scoperto che le condizioni eccezionali sono ora molto più frequenti e diffuse rispetto a prima, dimostrando chiaramente come le azioni umane abbiano cambiato lo stato del ciclo globale dell’acqua dolce».
Dato che l’analisi è stata eseguita con un’elevata risoluzione spaziale e temporale, i ricercatori hanno potuto esplorare le differenze geografiche nelle deviazioni e dicono che «Le condizioni di portate e di umidità del suolo eccezionalmente secche sono diventate più frequenti in molte regioni tropicali e subtropicali, mentre molte regioni boreali e temperate hanno visto un aumento delle condizioni eccezionalmente umide, soprattutto in termini di umidità del suolo. Questi modelli corrispondono ai cambiamenti osservati nella disponibilità di acqua dovuti ai cambiamenti climatici».
Ma c’erano modelli più complessi in molte regioni con una lunga storia di utilizzo del territorio industriale e agricolo a da parte dell’uomo. Ad esempio, i bacini fluviali del Nilo, dell’Indo e del Mississippi hanno sperimentato condizioni di portata idrica e umidità del suolo eccezionalmente secchi e umidi indicando cambiamenti causati dall’irrigazione.
La Pokka spiega a sua volta che «L’utilizzo di un metodo coerente e comparabile tra variabili idrologiche e scale geografiche è fondamentale per comprendere i processi biofisici e le azioni umane che guidano i cambiamenti che stiamo vedendo nell’acqua dolce».
Con questa visuale completa dei cambiamenti nella portata dei corsi d’acqua e nell’umidità del suolo, i ricercatori sono meglio attrezzati per indagare le cause e le conseguenze dei cambiamenti nel ciclo dell’acqua dolce.
L’autore senior dello studio, Matti Kummu dell’università di Aalto, conclude: «Comprendere queste dinamiche in maggior dettaglio potrebbe aiutare a orientare le politiche per mitigare i danni che ne derivano, ma la nostra priorità immediata dovrebbe essere quella di diminuire le pressioni esercitate dall’uomo sui sistemi di acqua dolce, che sono vitali per la vita sulla Terra».
06.03.2024
Fonte: Greenreport.it

Silurus glanis, conosciuto volgarmente come siluro o siluro d'Europa o anche pesce siluro, è un pesce d'acqua dolce europeo, appartenente alla famiglia dei Siluridae.
In Italia è stato introdotto da circa mezzo secolo e si è molto diffuso soprattutto nei bacini del Po e i suoi affluenti come il Ticino e Adda. È stato introdotto nei fiumi Volturno, Arno e Tevere. Da qualche anno lo si ritrova anche nei grandi laghi del nord Italia, come lago Maggiore, lago di Varese e lago di Garda. Il suo habitat ideale è costituito da grandi fiumi (zona dell'Abramis brama), ma anche paludi, stagni, laghi, lanche, bracci morti e canali di bonifica. Si avvicina saltuariamente al mare, in prossimità delle foci dei grandi fiumi, ma non è ancora chiaro quanto possa spingersi all'interno di ambienti caratterizzati da acque salmastre. È una specie bentonica che quindi abita le zone più profonde, senza però disdegnare acque decisamente più basse, soprattutto durante la caccia. Ama nascondersi tra rami e fanghiglia, riposando durante la maggior parte della giornata. Col giungere delle tenebre inizia a nutrirsi, portandosi spesso nelle zone d'acqua più vicine alla superficie.
Alimentazione
Il pesce siluro è tra i maggiori predatori delle acque interne e si nutre di pesci vivi e morti, vermi, larve e quant'altro possa trovare sul fondo. Nello specifico, durante la fase giovanile la sua alimentazione è composta da invertebrati di fondale, mentre nella fase adulta si alimenta di pesci quali anguille e ciprinidi (barbo, scardola, carpa e carassio). In certi casi quando il siluro è a caccia risale dal fondo per vedere se c'è pesce nelle vicinanze e spesso è attirato da animali in movimento (esca efficace: un verme agganciato all'amo e un pezzo di carne "possibilmente sanguinante"). La quantità di pesce di cui si nutre giornalmente è pari al 1,99% del peso corporeo, difatti un esemplare di 10 kg di peso si nutre di 72,8 kg di pesce all'anno, ovvero 1,45 kg a settimana. La sua arma principale sono i barbigli, che gli consentono di individuare la preda al buio e in presenza di torbidità elevata. A dimostrazione di questo, numerosi sono i pescatori che sottolineano l'elevato numero di catture realizzate quando i fiumi risultano essere in piena.
Molte leggende ruotano intorno all'aggressività e voracità del pesce siluro verso l'uomo. Tra le tante, alcune lo vogliono assalitore di cani, bestiame, bambini e sommozzatori. Scientificamente è documentato un comportamento aggressivo durante il periodo riproduttivo e in condizioni di particolare stress. Il siluro è un predatore particolarmente versatile che nella fase adulta sa adattare le strategie di caccia al tipo di prede più facilmente disponibili nell'ambiente in cui vive, siano essi pesci, piccoli mammiferi, anatidi o uccelli [3]. Diversi studi scientifici hanno evidenziato come una percentuale significativa nella dieta degli esemplari più grossi sia basata su piccoli mammiferi ed uccelli acquatici ed ipotizzato per questo un impatto ecologico negativo anche sull'avifauna palustre.
Fonte: Wikipedia.org

(Foto di un pescatore della zona)
Laghi di Revine Lago: qualcosa finalmente si muove.
Dopo l'ennesima segnalazione del Comitato Difesa Laghi, finalmente oggi 21 febbraio '24, un gruppo di Carabinieri Forestali è intervenuto per avviare la rimozione di alcune barche affondate e scaricate nel lago dalle quali probabilmente si era generato l'inquinamento da polistirolo che si sta riversando sulle rive da giorni. I volontari del Comitato si chiedono come sia possibile che un habitat così unico e prezioso come quello dei laghi possa essere adibito a discarica abusiva o come territorio da saccheggiare a scopo turistico pseudo-sportivo. I due laghi sono a tutti gli effetti una Zona protetta dalla Direttiva europea. Il Comitato fa appello alla Regione affinché intervenga d'urgenza per il rispetto della norme di tutela, per l'adozione di un Regolamento sulla gestione delle imbarcazioni, oggi inesistente, e per la istituzione di un Parco Naturale regionale che ponga fine all'attuale degrado e ai progetti speculativi misteriosamente scomparsi dagli uffici pubblici dopo essere stati annunciati sulla stampa.



Segnalazione di uno scarico sul Lago di Lago
Foto scattate in data 04.02.2024 ore 14.00



Oggi sabato 3 febbraio, per tutta la mattinata un gruppo di cittadini ha avviato la ripulitura delle sponde del Lago inquinato da polistirolo.
Il polistirolo ha cominciato ad affiorare alcuni giorni fa lungo il bagnasciuga del Lago di Lago in grosse quantità di palline.
Le Amministrazioni comunali di Revine Lago e Tarzo ancora una volta sono risultate assenti nonostante sia loro preciso compito vigilare e tutelare gli habitat.
Presente una pattuglia dei Carabinieri Forestali che ha effettuato un sopraluogo facendo intendere che le indagini sullo scarico abusivo arriveranno alla causa nei prossimi giorni.
La risposta all'invito del Comitato Difesa Laghi è stata una grande dimostrazione di senso civico ed ecologico in difesa di un bene comune da parte di Cittadini attivi e ben consapevoli della gravità delle condizioni ambientali dell'area e dei progetti che li minacciano.
La conservazione e la protezioni degli habitat sono obiettivi di fondamentale importanza per il futuro della Vallata e dei suoi abitanti.
Un intervento della Regione Veneto, data anche la appartenenza dei Laghi alla Zona Unesco è sempre più urgente e necessaria.
Volontari all'opera per la ripulitura dal polistirolo

Dopo la segnalazione arrivataci da alcuni cittadini di Revine Lago, questa mattina abbiamo chiesto l'intervento dei Carabinieri Forestali per inquinamento del sito, i quali contatteranno l'ufficio tecnico di Tarzo e Revine ed i vigili per la rimozione.
Purtroppo non è possibile risalire, per ora, all'inquinatore.
Nel caso in cui nessuno intervenisse, diamo appuntamento ai cittadini SABATO MATTINA alle ore 10.00 alla spiaggetta di Lago. ( vicino la pizzeria).





Piscine, passerelle, piattaforme, spiaggette chic .... Le immagini che pubblichiamo illustrano una proposta ( datata 2022) per la riqualificazione dell'area "ex Cibello" situata nel lago di Santa Maria ( a confine tra Revine Lago e Tarzo), fortunatamente il progetto non è stato avviato grazie alle norme di tutela dettate dal Piano Ambientale del Parco.
A distanza di un anno, l'amministrazione di Revine Lago con delibera 35 del 04.10.2023, ha approvato alcune modifiche al Piano degli Interventi con conseguente indebolimento delle norme del Piano Ambientale. Questa è la nuova "prostituzione del Territorio".
Ma i laghi sono habitat di molte specie animali e vegetali che sopravvivono grazie ad un equilibrio che l'uomo, troppo spesso, spezza. Gli effetti dell’azione umana sono a volte permanenti, e l’equilibrio turbato non riesce più a essere ripristinato. Affinché l’ecosistema naturale possa ritrovare il suo equilibrio si deve eliminare l’elemento di disturbo: questo vuol dire che noi, esseri umani, dobbiamo modificare la nostra interazione con l’ambiente, ricordandoci di farne parte.
Queste scelte amministrative dimostrano una totale mancanza di conoscenza e di coscienza! Chi sta pianificando la distruzione del Territorio ci denigra definendoci " ecoimbecilli " credendosi più furbi degli altri.
Basta progetti turistici a scapito della biodiversità



Il Consiglio Regionale, come riferito al Comitato da Andrea Zanoni, ha respinto la richiesta di estendere ai Laghi di Revine Lago, il riconoscimento di Zona di Protezione Speciale (ZPS) presentata dai nove consiglieri di minoranza uniti: Zanoni (Pd), Bigon (Pd), Luisetto (Pd), Camani (Pd), Zottis (Pd), Guarda ( Europa Verde), Lorenzoni ( Gruppo Misto), Ostanel ( Il Veneto che vogliamo) e Baldin ( Movimento 5 stelle), Vedi : 2023.12/Consiglio Regionale del Veneto : richiesta di riconoscimento ZPS dell'area Laghi di Revine
La maggioranza che governa la Regione si è dimostrata sorda ...e muta ( non c'è stato dibattito in aula) verso le istanze di rafforzamento della tutela dei Laghi, che sarebbe facilmente realizzabile con la adozione della Zona di Protezione Speciale (ZPS), presentate dalle opposizioni e sostenute a livello popolare dal mese di settembre 2023 dal Comitato Difesa Laghi, (NOTA 1) appoggiato da un vasto schieramento di associazioni e gruppi locali, e successivamente, a dicembre, dalla LIPU di Vittorio Veneto, nel dicembre 2023, con un proprio documento a carattere scientifico. ( NOTA 2)
Il Comitato Difesa Laghi invita Cittadini e Forze sociali e culturali del Territorio a vigilare sui progetti e sugli interventi in corso di preparazione da parte dei gruppi di potere e di sotto potere locale che sicuramente, come abbiamo visto, non vanno nella direzione del rafforzamento della salvaguardia, e che anzi mirano alla riduzione, se non alla abolizione delle norme di tutela, come nel caso del Piano acustico voluto dal Sindaco di Revine.
Il Comitato lancia un appello alla mobilitazione per la difesa e la applicazione delle norme di tutela esistenti e per il loro rafforzamento a vantaggio della biodiversità.
Il patrimonio ambientale dei Laghi è troppo importante per essere abbandonato nelle mani di chi punta a utilizzarlo per interessi economici di corto respiro che porteranno solo profitti privati e costi pubblici danneggiando gli equilibri dell'ecosistema Laghi.
NOTA 1: Nel Settembre 2023 il Gruppo Difesa Laghi aveva espresso la necessità di considerare l'area dei laghi Zona di Protezione Speciale.
"Da segnalare come come la “Zona Speciale di Conservazione” (ZSC) SIC codice IT 3240014 dei “laghi di Revine/Tarzo” estesa per 119 ettari, una zona umida l vitale per l’avifauna, non sia ancora stata considerata “Zona di Protezione Speciale”( ZPS) essendo limitrofa all’adiacente “Zona di Protezione Speciale” (SIC codice IT 3240024), quella della “dorsale prealpina che si estende per 11622 ettari tra Valdobbiadene e Serravalle. Un’unica e competente struttura di gestione del Parco Regionale di Interesse Locale dei laghi della vallata avrebbe già inoltrato, opportunamente e scientificamente documentata, la richiesta alla Commissione Europea (tramite la Regione) di considerare l’area dei laghi “Zona di Protezione Speciale” (ZPS) e farla rientrare così, sia nell’ambito della “Direttiva Uccelli”, sia nell’ambito della “Direttiva Habitat” del Sito di interesse Comunitario (SIC codice IT 3240014) dei laghi di Revine/Tarzo." ( Vedi :Lettera invita alle Istituzioni: No al progetto " Borgo aumentato sul lago")
NOTA 2: Nel dicembre 2023 anche Lipu sostiene la candidatura dei Laghi di Revine a ZPS (Zona di Protezione Speciale), ai sensi della Direttiva “Uccelli” (2009/147/CE).
" In base a quanto noto in letteratura e sulla scorta di indagini faunistiche in corso, effettuate dall'ornitologo Roberto Guglielmi, Delegato LIPU della Sezione di Vittorio Veneto, i laghi di Revine contengono habitat delicati e a rischio - come ad esempio i canneti a Phragmites - i quali ospitano un'avifauna ricca e diversificata, costituita da svariate specie inserite in Allegato I della Direttiva Uccelli (2009/147/CE), tra cui il Tarabuso Botaurus stellaris (svernante nei canneti), il Tarabusino Ixobrychus minutus (migratore transahariano e nidificante nei canneti), la Nitticora Nycticorax nycticorax (migratrice all'interno del bosco igrofilo), la Strolaga mezzana Gavia arctica (migratrice sulla superficie libera dei laghi)."
( Vedi: Lipu/ maggior tutela dei Laghi di Revine, sì a ZPS )

12 gennaio 2024
Comitato Difesa Laghi di Revine
Le specie tutelate dalla Direttiva Habitat nella zona dei Laghi sono sette:

In occasione del 30ennale della legge 394/91, Legambiente traccia un bilancio su questi 30 anni di tutela e buone pratiche nella conservazione di habitat e specie.
Più dell’11% del territorio nazionale sottoposto a tutela. Dieci le storie virtuose: dalle faggete vetuste al camoscio appenninico, dalla fioritura della Piana di Castelluccio ai muretti a secco della Cinque Terre al Parco nazionale del Vesuvio.
Legambiente: “La 394 è una buona legge. Ha permesso all’Italia di realizzare un sistema diffuso su tutto il territorio nazionale per proteggere la biodiversità e promuovere lo sviluppo sostenibile locale. Ora fondamentale aggiornare la normativa e creare nuove aree protette per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030”.
Oggi flash mob in diverse regioni d’Italia per chiedere l’istituzione di 52 aree naturali protette.
E con la campagna unfakenews l’associazione ambientalista smonta alcune bufali ambientali sulle aree protette.
Trent’anni fa nasceva la legge 394/91 sulle aree protette. Una normativa che in questi 30 anni ha fatto nel complesso bene al Paese in termini di crescita di aree protette, tutela e conservazione della biodiversità e habitat, riscoperta dei territori, contribuendo a dare una spinta importante all’economia locale, alla promozione dello sviluppo sostenibile e alla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore turistico e nell’economia green. A parlar chiaro è la fotografia scattata da Legambiente nel report dedicato alle legge 394 in cui fa un bilancio, con numeri alla mano, di questi 30anni indicando anche criticità e sfide future da affrontare.
Più dell’11% del territorio nazionale è oggi sottoposto a tutela: la legge 394/1991 ha garantito nella Penisola la crescita della aree protette che sono passate dal 3% all’11%. Si tratta di uno dei sistemi nazionali di tutela della natura più consistente dell’Unione Europea, dove la media dei territori protetti è del 5%. La normativa ha, inoltre, permesso la nascita dell’Ente parco come un nuovo soggetto istituzionale autonomo – oggi sono quasi 200 –; ha consentito di riscoprire territori di pregio fino ad allora marginali che hanno ritrovato interesse e ricevuto risorse pubbliche per invertire le dinamiche di sviluppo. Ad esempio l’istituzione dei Parchi nazionali ha fatto emergere nuove geografie territoriali sconosciute (es. il Cilento o i Monti Sibillini), fatto emergere realtà fino al 1990 conosciute per fatti negativi (es. Aspromonte per i sequestri, l’Asinara per il carcere), invertito la tendenza al degrado e abbandono del territorio (es. Cinque Terre, Vesuvio). E poi ci sono i grandi successi raggiunti nella conservazione di habitat e specie e le storie di valorizzazione del territorio. Dieci le storie virtuose raccontate da Legambiente: si va, ad esempio, dalle faggete vetuste italiane – inserite nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO riconoscendo 13 siti italiani tra i beni seriali transazionali (diffusi in più paesi e nel caso delle faggete sono 18 i paesi) non solo per l’eccezionale valore universale delle faggete ma anche l’efficacia delle azioni di conservazione effettuate dalle aree protette interessate dal riconoscimento – alla tutela del camoscio appenninico salvato dall’estinzione – agli inizi del ‘900 erano 40 esemplari, oggi se ne contano circa 3.000 – passando alla fioritura della Piana di Castelluccio tutelata dal Parco nazionale dei Monti Sibillini – grazie all’insistenza del Parco si è riusciti a prevenire e regolamentare, questa estate, i flussi turistici nella Piana. E poi i progetti di conservazione dei muretti a secco delle Cinque Terre, il Parco nazionale più piccolo d’Italia, che fanno bene al clima, al turismo e alla viticoltura di qualità per arrivare alla storia del Parco Nazionale del Vesuvio, che ha sede nel Palazzo Mediceo di Ottaviano, per anni dimora del boss della camorra Raffaele Cutolo e poi bene confiscato dallo Stato. Il Parco è presidio di un territorio per troppi anni violato dall’abusivismo edilizio e dalla criminalità organizzata.
Un bilancio quello di questo 30ennale della legge 394/91 nel complesso positivo, ma per Legambiente non bisogna dimenticare alcune criticità come il mancato aggiornamento in questi anni della normativa, la cui riforma è stata interrotta nel 2018. Assenza di modelli partecipativi, scarse risorse tecnico-scientifiche, disomogeneità di fondi e organici tra i parchi nazionali e le altre aree protette sono i punti dolenti di una normativa che deve essere al più presto rivista. E poi c’è l’urgenza di creare nuove aree protette per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030 come chiesto dall’Europa. Per questo oggi l’associazione ambientalista ha organizzato una serie di flash mob territoriali, dalla Lombardia alla Sicilia, per chiedere l’istituzione di 52 aree naturali protette, di cui 26 nuove nella Penisola e altre 26, tra Parchi nazionali e Aree marine protette, in fase istitutiva da tempo di cui si sollecita una rapida conclusione dell’iter.
“Se oggi l’Italia è leader in Europa nell’impegno per la tutela della biodiversità, la presenza e diffusione di specie e habitat di interesse comunitario sul territorio e per la qualità delle aree e dei paesaggi protetti – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazione di Legambiente – il merito è certamente della legge 394/91 che ha saputo “regolare” le esigenze di conservazione della natura con quelle di crescita sostenibile di un complesso sistema di ambiti territoriali protetti. Trent’anni fa noi di Legambiente avevamo visto giusto nel chiedere con forza la creazione di un sistema di aree protette nel Paese e di scommettere sui parchi per tutelare e creare sviluppo, per alimentare quella rete di piccola imprenditoria fatta di produttori agricoli e artigianali di qualità, guide ed educatori ambientali, operatori del turismo slow e quanti altri hanno presidiato anche in questi anni complicati, territori tanto straordinari quanto difficili e marginali. Ora è importante continuare a percorrere questa strada che si è intrapresa, ricordando che la transizione ecologica passa anche da qui. Per questo sarà fondamentale coinvolgere i territori, a partire dalle aree interne, e le comunità locali. Non dimentichiamo che la rete dei parchi ha garantito la tenuta fisica di tanta parte del nostro territorio, nella lotta alle frane e al dissesto idrogeologico, ma anche la tenuta sociale, quel livello cioè di coesione fatto di piccole comunità che continuano ad abitare e a rendere produttivi i luoghi più belli del nostro Paese.”
Numeri aree protette: La superficie protetta in Italia è il doppio della media europea e conserviamo la gran parte del patrimonio di biodiversità (1/3 della fauna e il 50% delle specie floristiche del continente europeo, in territori che non sono wilderness ma contengono oltre 800 mila imprese che operano nei settori dell’agricoltura, pesca, zootecnia, foreste e turismo (bioeconomia). La nostra Penisola in totale conta 871 tra parchi e riserve (nazionali, regionali e locali) e aree marine con oltre 5milioni di ettari di territorio protetto a terra e a mare, e copre una percentuale dell’11% del territorio nazionale, coinvolge tutte le regioni e 2.500 comuni (la gran parte piccoli o piccolissimi) con una popolazione complessiva di 10 milioni di cittadini residenti.
Aggiornamento della legge 394/91: La modifica e l’aggiornamento della legge 394/91 è una necessità evidenziata da più parti, dalla fine degli anni ’90, e un obiettivo che negli anni si è provato a raggiungere ma senza risultati positivi: la discussione sulla riforma organica della legge è iniziata nel 2009 ma è fallita nel 2018, nel mentre per l’associazione ambientalista ci sono stati parziali aggiustamenti fatti autonomamente del Governo e del Parlamento, con modifiche non sempre coerenti e senza nessun coinvolgimento o dibattito nella società, in particolare la governance, che ha visto la riduzione da 12 a 8 i componenti del consiglio direttivo, e la modifica della procedura di nomina del presidente e del direttore, ma senza toccare i nodi veri utili a sanare alcune mancanze della legge dovute al tempo che passa.
Per Legambiente è fondamentale aggiornare la normativa che risente del tempo e delle nuove competenze che si vogliono affidare ai parchi (le funzioni che avevano le province nelle politiche di area vasta, la gestione dei siti natura 2000, la sorveglianza dopo l’accorpamento del Corpo Forestale dello Stati nell’Arma dei Carabinieri ad esempio), per poter gestire al meglio i successi nel campo della conservazione della biodiversità (si salvano dall’estinzione i camosci ma cresce anche la presenza di cinghiali e di altre specie invasive), per promuovere l’agricoltura biologica e frenare il consumo di suolo e produrre beni e prodotti agricoli riducendo le emissioni in atmosfera e il consumo di risorse naturali. Un capitolo particolare dovrà essere dedicato alle aree marine protette, colmando un gap d’attenzione già presente nella formulazione originaria della legge quadro. Non dimentichiamo che l’Italia oggi dispone della più importante e più estesa rete di aree marine protette del Mediterraneo, con una varietà di ambienti e di eccellenze che spazia dal parco archeologico sommerso di Baia e Gaiola alle ultime dune dell’Adriatico, dai graniti paleozoici e le praterie di Posidonia di Tavolara al coralligeno di Porto Cesareo. Infine in questo processo di aggiornamento della normativa sarà fondamentale garantire una partecipazione e un dibattito pubblico attraverso la terza Conferenza nazionale delle aree protette che chiediamo da anni di realizzare.
“La riforma della legge – spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – deve ripartire da qui: riconnettere le comunità locali con la natura, la bellezza e la biodiversità, sentendosi allo stesso tempo protagoniste dell’enorme sforzo nazionale e globale che l’Italia e l’intera umanità devono compiere per impedire l’estinzione di massa della biodiversità e il riscaldamento del pianeta, per salvare la casa comune della quale le aree protette sono le fondamenta sempre più indispensabili. Altra sfida importante riguarda l’istituzione di nuove aree protette, come ci chiede da tempo la scienza e l’Europa, per raggiungere l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e del mare entro il 2030. Più biodiversità contro la crisi climatica è un obiettivo raggiungibile e alla portata del nostro Paese, a condizione che si vada oltre le enunciazioni di principio e si proceda in maniera concreta e con la convinzione necessaria. Per questo oggi Legambiente in molte regioni d’Italia ha organizzato una serie di flash mob territoriali proprio per chiedere ciò. Inoltre l’11 dicembre, saremo a Scerni, in provincia di Chieti, con il Forum Appennini per parlare del ruolo strategico che la dorsale appenninica riveste e della road map da mettere in campo da qui ai prossimi anni”.
Unfakenews: Infine in occasione del 30ennale della legge 394, Legambiente con la sua campagna Unfakenews realizzata insieme a Nuova Ecologia, smonta tre bufali ambientali ricordando che: 1) Non è vero che i parchi nazionali impediscono lo sviluppo economico. Nei 24 Parchi nazionali italiani, che interessano circa 1,5 milioni di ettari, pari al 5,1% del territorio nazionale, sono presenti 328mila imprese, di cui il 13,1% sono imprese giovani (under 35) e il 26,8% imprese femminili. Queste realtà sono una parte importante delle imprese della green economy, che impiegano oltre 3 milioni di lavoratori e generano un valore aggiunto di oltre 100 miliardi di euro, pari al 10,6% dell’intera economia del nostro Paese. 2) Non è vero che nessuno vuole i Parchi nel proprio territorio. I comuni dei soli Parchi nazionali sono 550, per una popolazione di 706.058 abitanti. Di questi nessuno preme per uscirne, mentre ci sono Parchi che hanno allargato i loro confini. 3) Se nasce un Parco non si potrà più fare agricoltura. Falso. 752.400 ettari di territorio dei Parchi nazionali (il 50,9% del totale nazionale) è interessato da attività agricole con 55.000 occupati diretti e una diffusione di imprese agricole del 21,4% (a livello nazionale è il 13%). L’agricoltura dei Parchi è un modello di efficacia e competitività per i piccoli produttori che hanno saputo rispondere alla nuova richiesta dei consumatori, i quali sempre di più preferiscono produzioni biologiche e a basso impatto.

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